Fashion Week Revolution: Una scelta consapevole per un futuro sostenibile

Gli indumenti che indossiamo quotidianamente hanno un forte impatto ambientale e sociale su tutti noi. Basti pensare a come il nostro costume preferito, il jeans che non entra più e quelle scarpe che usiamo di rado, se costruite con materiali inquinanti, hanno contribuito a danneggiare e a consumare risorse vitali. 

Ma non è finita qui, anche solo lavando i nostri vestiti, ogni anno rilasciamo nell’oceano mezzo milione di tonnellate di microfibre, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. La tintura dei tessuti, invece, risulta essere addirittura al secondo posto fra le maggiori cause di inquinamento dell’acqua sul pianeta: per realizzare un solo paio di jeans ne sono necessari 7.500 litri

All’inquinamento si vanno ad aggiungere le emissioni di gas serra: l’8% di quelle globali sono riconducibili all’industria dell’abbigliamento e delle scarpe. Se questi dati ancora non bastassero, un’idea più chiara ce la fornisce la Ellen Mac Arthur Foundation, secondo cui il settore tessile, con i suoi 1,2 miliardi di tonnellate annuali di CO2 emessa, supera la somma delle emissioni dovute al trasporto aereo o marittimo.

Questo momento storico ci impone grandi riflessioni, serve fare un passo in avanti ed esigere una nuova industria della moda, contrapposta al mondo del “fast fashion”.

 Qualcosa si sta muovendo. Con la firma della Carta per l’azione climatica delle Nazione Unite da parte della Vf Corporation, la più grande azienda mondiale di abbigliamento qualcosa sta cambiando. Si sta affermando sempre di più quella che è chiamata moda sostenibile, ovvero la produzione di abiti nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. In questo settore, si inserisce Nicole Deboni, un brand che fa dell’ecosostenibilità e della qualità dei prodotti due dei suoi punti cardine.

Come ogni anno da ormai otto anni a questa parte, c’è una data che chi lavora nel settore della moda si impegna a ricordare. Ed è il 24 aprile, cioè il giorno in cui, nel 2013, è avvenuto il crollo dell’edificio Rana Plaza, in Bangladesh. Uno degli episodi più drammatici del mondo della moda, che ha causato la morte di 1.138 operai e ne ha feriti altri 2.500. 

Ebbene, da allora il movimento globale che mira a sensibilizzare i consumatori sulle loro abitudini di acquisto e si batte per un’industria della moda più equa ed etica. Quest’anno la Fashion revolution week è in calendario dal 19 al 25 aprile e mira a raccontare le storie e dare voce a tutti coloro che sono stati colpiti dal cambiamento, per fare pressione su chi, questo cambiamento, ha il potere di metterlo in atto.

La Fashion revolution week nel 2021

Oggi il settore del tessile ha un valore di 2.4 trilioni di Dollari e si stima che ci lavorano più di 50 milioni di persone. Guardando al futuro prossimo, le proiezioni parlano di un aumento dell’81% entro il 2030 della produzione di abbigliamento, di una domanda sempre crescente di terreni agricoli per la produzione di cotone, viscosa, lana, gomma, cuoio e altre fibre naturali.

I dati evidenziano come ogni anno 150 milioni di alberi vengono abbattuti per essere trasformati in tessuti cellulosici, per non parlare di come l’allevamento di bestiame costituisca il principale fattore di deforestazione in Amazzonia.

Ecco perché quest’anno il movimento Fashion revolution chiede all’industria della moda e ai governi di riconoscere l’interconnessione tra diritti umani e diritti della natura.

Sappiamo che i principali problemi causati dall'industria tessile includono inquinamento delle acque, inquinamento atmosferico e l'inquinamento derivante dalla produzione di rifiuti solidi, ma in aggiunta a tutto questo, sappiamo anche che esiste il problema del lavoro forzato, dello sfruttamento minorile e della tratta degli esseri umani. 

La mancanza di trasparenza nella catena di produzione e fornitura dei grandi Brand non permette di garantire l'assenza di sfruttamento della schiavitù moderna.

La rivoluzione comincia dunque da qui: da un ripensamento dei rapporti tra esseri umani, nei confronti dei vestiti che indossiamo e della natura che ci circonda. È ora di riportare i diritti umani al centro della discussione.

Nicole Deboni prende parte alla Fashion Revolution

Uno degli hashtag di maggior successo nella Fashion Revolution Week è #WhoMadeMyClothes? Ovvero, chi realizza i miei vestiti? 

Ho deciso di aderire anche io a questo movimento, ed ecco qui il mio scatto:

Lei è Silvia, una delle sarte che cuce i miei costumi e che mi ha aiutata a dare vita al mio sogno: la creazione di un brand che abbracciasse valori radicali e profondi, come il rispetto del pianeta e la sostenibilità, il riconoscimento della figura della donna, la promozione del Made in Italy, la valorizzazione delle piccole realtà locali e dell’artigianato, l’inclusività intesa in tutte le sue forme. 

 

 

 

Nasce così NICOLE DEBONI, un brand che si inserisce nel contesto dello slow fashion e che si rivolge a un consumatore consapevole, disposto a fare la differenza. 

Essere un brand slow fashion per me significa innanzitutto ideare un capo d’abbigliamento creato per avere una lunga vita e non per essere indossato in un’unica stagione e poi buttato.

I capi NICOLE DEBONI infatti, sono stati pensati per avere un design in grado di superare i trend del momento e, allo stesso tempo, ispirandosi a colori e linee della natura, non passare mai di moda. 

Lavorati da una manodopera artigianale, retribuita in maniera equa e rispettando i tempi del lavoro fatto a mano, preciso e sartoriale, i miei capi sono realizzati con materiali di alta qualità, 100% riciclati, per ridurre gli scarti e rispettare l’ambiente. 

Il risultato è un capo trasparente ed etico, prodotto attraverso una filiera in cui ogni passaggio, dalla materia prima al prodotto finito, è tracciato.

Un approccio etico per una moda sostenibile, perché non basta solamente fare, ma serve fare la differenza. E’ questo l’impegno di NICOLE DEBONI.